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28 agosto 2026📰 I Fatti

L'Inat non si controlla. Novak Djokovic e la crisi del nazionalismo sportivo

Novak Djokovic non è solo il tennista più vincente della storia. Il documentario "The Wolf in Winter" racconta la sua infanzia sotto le bombe NATO e la parola che ha forgiato la sua mentalità: Inat. Una risorsa serba trasformata in arma politica.

L'Inat non si controlla. Novak Djokovic e la crisi del nazionalismo sportivo
La copertina è generata con IA e non rappresenta una fotografia reale.
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Novak Djokovic è il tennista più vincente della storia e lo sportivo più influente degli ultimi anni. Che vi piaccia o meno.

Il documentario Prime Video "The Wolf in Winter", uscito il 20 agosto 2026, racconta la visione di Novak, il suo modo di pensare, la sua storia: quella di un bambino cresciuto troppo in fretta sotto le bombe NATO del 1999. Racconta la sua necessità di migliorare, la sua sensazione di non essere mai soddisfatto al 100%, ma mostra anche un'altra vita, la sua dolcezza con i figli e la sua volontà di dare ai suoi bambini l'infanzia che lui non ha avuto.

Il documentario si apre con un mantra: Inat. L'Inat è la forza di ostinazione che i serbi rivendicano quando sentono che tutti sono contro di loro. Non è un tratto di personalità astratto, è una risorsa collettiva di sopravvivenza psicologica che i serbi hanno utilizzato negli anni '90, quando il mondo sembrava averli abbandonati.

Chiunque abbia visto Novak Djokovic giocare a tennis lo sa: quando spacca una racchetta perché è nervoso, sta tirando fuori il suo Inat. E la partita è sua.

Il suo Inat non può essere controllato e non si limita al campo da tennis. Quella stessa energia che lo fa vincere quando è sotto pressione, quella stessa logica del "più mi criticate, più mi carico" è la stessa che lo spinge a sfidare i poteri che potrebbero abbatterlo.

Il suo Inat spiega il suo nazionalismo quando, nel 2023, scrisse "Il Kosovo è il cuore della Serbia" su una telecamera al Roland Garros. Ma spiega anche la sua decisione di schierarsi con gli studenti contro il presidente serbo Aleksandar Vučić, dopo la tragedia di Novi Sad nel 2024.

Cos’è l’Inat

Tradurre la parola serba Inat in italiano è un'operazione assai ardua. Nei dizionari bilingui viene resa come "malizia", "rancore" o "risentimento", ma nessuno di questi termini è un equivalente diretto. Una definizione più accurata, nelle parole dello studioso Dragan Milović, è: "un atteggiamento di orgogliosa sfida, testardaggine e istinto di conservazione, talvolta a scapito di tutti gli altri o persino di se stessi".

La parola stessa è un turco-ottomanismo (originato dall'arabo ʿinād) che nasce durante i cinque secoli di dominazione ottomana (XIV-XIX secolo), consolidandosi come pilastro dell'identità nazionale durante i primi movimenti partigiani antiottomani (hajduk). L'Inat diventa il motore delle rivolte del XIX secolo (la prima grande rivolta antiturca del 1804), si manifesta nelle guerre mondiali (la ritirata dell'esercito serbo attraverso l'Albania nel 1915, il contrattacco fulmineo, l'inizio della prima e della seconda guerra mondiale), nella rottura con l'Unione Sovietica (1948) e trova la sua consacrazione moderna nei bombardamenti NATO del 1999, quando i cittadini di Belgrado, per puro Inat, reagivano organizzando concerti all'aperto e indossando magliette con il simbolo del bersaglio, rifiutandosi di nascondersi nei bunker. Descritto dallo scrittore Branko Ćopić come "anti-contro", l'Inat è una mentalità quotidiana caratterizzata dall'agire "perché qualcuno ti ha detto che non puoi, non necessariamente perché lo vuoi davvero".

Oggi lo srpski inat descrive l'atteggiamento di chi compie un'azione "a dispetto di tutto e di tutti", specialmente quando è svantaggiato o sottovalutato. Novak Djokovic ha interiorizzato questa logica da bambino. Nel documentario "The Wolf in Winter" racconta la notte del 24 marzo 1999, quando iniziò la campagna aerea NATO. Quella notte, a 11 anni, ha imparato che la paura può essere trasformata in carburante. "Quando tutti sono contro di noi, noi serbi usiamo l'Inat".

Per Djokovic, l'Inat non è un tratto di personalità astratto: è una risorsa che nasce dal trauma collettivo e si incarna nella sua biografia specifica di bambino sotto le bombe. È la stessa energia che lo fa vincere quando è sotto pressione e che lo spinge a sfidare i poteri che potrebbero abbatterlo.

La biografia di Djokovic è un caso di trasformazione del trauma in eccellenza. La sua famiglia ha venduto tutto per permettergli di giocare a tennis: si allenava in strade bombardate, in campi da tennis distrutti, mentre i genitori accumulavano debiti. Quando è arrivato sul circuito professionistico, portava con sé non solo un talento eccezionale, ma una mentalità forgiata dalla scarsità e dalla resilienza.

Questa mentalità è diventata il suo marchio. Quando lo criticano, si carica; quando lo danno per sconfitto, vince. È la logica dell'Inat applicata allo sport: "più mi dite che non posso, più vi dimostro il contrario". Ma quando Djokovic è diventato un'icona globale, questa stessa logica ha smesso di essere solo sportiva. È diventata politica.

Il gesto di Parigi — Il corpo al servizio dello stato

Il 1° giugno 2023, dopo aver vinto al Roland Garros, Djokovic si avvicina alla telecamera e scrive: "Kosovo è il cuore della Serbia, fermate la violenza". Il gesto arriva durante la crisi esplosa il 29 maggio a Zvečan, quando le forze speciali kosovare avevano installato con la forza sindaci etnici albanesi in quattro municipalità a maggioranza serba, dopo elezioni boicottate dai serbi locali. Negli scontri che ne seguirono, oltre 90 membri del KFOR e diversi manifestanti serbi rimasero feriti.

La frase di Djokovic, vista da milioni di persone, diventa immediatamente un atto di politica estera de facto. Il Comitato Olimpico del Kosovo accusa Djokovic di "propaganda nazionalista serba" e chiede all'IOC di aprire un procedimento disciplinare per violazione della neutralità politica olimpica. Djokovic si difende: "Non voglio fare politica. Mi sento responsabile come figura pubblica e come figlio di un uomo nato in Kosovo".

Questo episodio è l'Inat applicato alla politica internazionale. Djokovic percepisce il mondo come ostile alla causa serba e risponde con una sfida. Scrivere su una telecamera davanti al mondo intero non è un gesto ingenuo.

Djokovic funziona, come teorizzato dagli studi sul "commercial nationalism", come un corpo-simbolo che si estende simbolicamente sul territorio conteso. Il Kosovo si è dichiarato indipendente dal 2008, riconosciuto da oltre 100 paesi, ma non dalla Serbia. Quando Djokovic scrive "Kosovo è il cuore della Serbia", sta usando il suo corpo-simbolo per estendere simbolicamente la presenza serba su un territorio che, nei fatti, la Serbia non controlla più. La sua vittoria e la sua voce rafforzano la causa serba senza che lo Stato debba spendere capitale diplomatico.

Qui entra in gioco il soft power di Joseph Nye: la capacità di ottenere risultati attraverso l'attrazione piuttosto che la forza. Lo sport è uno strumento privilegiato di soft power per visibilità globale, apparente neutralità, identificazione emotiva e legittimità domestica. Il tennista è un asset di soft power perfetto, trasforma il trauma collettivo serbo in capitale simbolico globale, a costo zero per il regime.

Ma qui emerge il primo paradosso.
Djokovic non è un semplice strumento passivo. È un soggetto attivo che usa l'Inat come arma identitaria. Quando dice "Kosovo è il cuore della Serbia", esprime un legame autentico (il padre è nato in Kosovo) e una sfida personale. Il soft power costruito su individui resta ostaggio dell'autonomia morale del soggetto che lo incarna. Uno stato può controllare musei o eventi sportivi, ma quando investe la propria proiezione identitaria in una figura carismatica, corre il rischio che quella figura entri in conflitto con l'agenda del potere.

La vicenda si è chiusa senza sanzioni; l'IOC non ha aperto procedimenti formali e Djokovic ha continuato a competere senza restrizioni. Il gesto è diventato parte della sua narrazione pubblica come atto di difesa identitaria.

La tragedia di Novi Sad

Il 1° novembre 2024, la pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad nel nord della Serbia crolla durante lavori di ristrutturazione. Sedici persone muoiono, decine restano ferite. L'opinione pubblica attribuisce la tragedia alla corruzione e alla negligenza nei lavori, appaltati da aziende vicine al governo. Ne nasce un movimento di protesta studentesco che chiede elezioni libere, trasparenza e la fine del regime di Vučić, al potere dal 2014 .

Djokovic si schiera apertamente con gli studenti. Li sostiene sui social media, partecipa simbolicamente alle proteste, usa la sua visibilità per amplificare le loro richieste. È un gesto che rompe un tacito accordo. Per anni, Djokovic era stato percepito come vicino al potere, un'icona che il regime poteva usare per legittimarsi. Ora, quella stessa icona si ribella.

La risposta di Vučić è immediata. I tabloid filogovernativi lanciano una campagna denigratoria contro Djokovic, lo bollano come "traditore", "disgrazia", "falso patriota". Fonti vicine all'esecutivo definiscono il suo comportamento "irresponsabile" e "inappropriato".

Ma questa reazione rivela un fraintendimento di fondo del regime. Per anni, Djokovic è stato percepito come vicino al potere, ma non lo è mai stato veramente. La sua vicinanza non era a Vučić o al suo governo, ma al suo popolo, alle ingiustizie che quel popolo subiva. Lo si era già visto nel gesto del Kosovo del 2023. Sì, aveva usato toni nazionalisti serbi, ma il cuore del suo messaggio era "fermate la violenza", non era propaganda cieca, era la voce di chi vedeva il proprio popolo intrappolato in un conflitto e chiedeva tregua.

Vučić e i suoi collaboratori scoprono, troppo tardi, che il meccanismo del nazionalismo commerciale è un'arma a doppio taglio. Il capitale simbolico che aveva costruito Djokovic come "corpo della nazione" non è revocabile a comando. Avevano pensato di aver adottato un portavoce; in realtà, avevano lasciato spazio a una voce autonoma, radicata nel popolo e non nel potere. Ora, Djokovic si dimostra un patriota del territorio e della gente, non del regime.

Non potendolo delegittimare con la repressione classica (è troppo popolare, troppo prezioso per l'immagine internazionale del paese), Vučić deve ricorrere a una guerra mediatica indiretta.

Qui l'Inat di Novak cambia bersaglio, non è più un'arma contro il mondo esterno, ma contro un potere interno percepito come ingiusto e corrotto. Il regime che ha costruito la sua legittimità su una Serbia "sotto assedio" (noi contro il mondo) si trova incapace di gestire un cittadino che rivolge la stessa narrativa contro di lui.

l'esilio dorato

Tra l'estate e l'autunno 2025, Djokovic trasferisce la residenza familiare a Glifada, quartiere costiero di lusso a sud di Atene. Iscrive i figli Stefan e Tara a scuole greche, incontra il primo ministro greco, e sposta il torneo di sua proprietà da Belgrado ad Atene. Nel gennaio 2026 emergono segnali di ritorsione istituzionale: la federazione tennis serba (guidata dallo zio di Djokovic) vede tagliati i fondi statali, in quello che alcuni media descrivono come un accanimento contro l'intera famiglia .

Il trasferimento in Grecia non è una fuga. È una scelta consapevole di chi rifiuta di essere zittito, anche a costo di lasciare la propria terra.
La Grecia è un paese dell'Unione Europea, membro NATO, geograficamente e culturalmente vicino ai Balcani ma dentro il perimetro delle garanzie europee (stato di diritto, libertà di stampa relativamente più solida, istituzioni democratiche consolidate).

La Serbia, invece, è formalmente candidata all'adesione all'Unione Europea dal 2012, con negoziati aperti dal 2014. Ma quei negoziati sono di fatto bloccati da anni, principalmente per due ragioni:

  1. la mancata normalizzazione dei rapporti con il Kosovo (riconosciuto da 22 dei 27 stati membri UE)
  2. le critiche di Bruxelles per la deriva autoritaria del governo Vučić.

Il caso Djokovic incarna alla perfezione le contraddizioni di una Serbia divisa. Da un lato, ufficialmente pro-Europa, ma di fatto incapace di compiere le riforme necessarie per entrare nell'Unione; dall'altro, orgogliosamente serba sulla questione del Kosovo, ma costretta a vedere i suoi cittadini più famosi cercare rifugio proprio dentro quel club europeo che i suoi governanti non riescono a raggiungere.

L'Inat oltre i confini

I due episodi, Kosovo 2023 e Novi Sad 2024-2025, letti insieme, dimostrano i limiti strutturali del nazionalismo sportivo come strumento di potere. Quando uno Stato investe la propria proiezione identitaria in una figura carismatica invece che in istituzioni, quella figura porta con sé un'autonomia politica e morale che, prima o poi, può entrare in conflitto con l'agenda del potere che l'ha "adottata". L'Inat è la chiave che rende coerenti queste due fasi. Il regime può provare a usarla come asset di legittimazione, ma non può controllarne l'energia. L'Inat è per definizione ribelle, non allineabile, non nazionalizzabile completamente.

Novak Djokovic ha regalato al mondo un'altra immagine della Serbia. Ha trasformato un trauma collettivo in capitale politico. Ma, in quanto corpo-simbolo incontrollabile, è riuscito a mettere in crisi il potere che lo aveva adottato.

Novak Djokovic non è dunque solo il tennista più vincente di sempre.

Non è solo un piacere da guardare giocare.

Novak Djokovic è un esempio vivente di resilienza, capacità e determinazione. È la volontà di volersi sempre migliorare, di sfidare sempre se stessi, di non accontentarsi mai della versione precedente di sé.

Djokovic ha dato un nome a tutto questo: Inat. Una parola serba, sì, ma che racchiude un'energia universale. E allora forse, anche se non siamo serbi, ognuno di noi dovrebbe cercare dentro di sé il proprio Inat. Per combattere le ingiustizie, anche quando sembrano troppo grandi. Per non farsi influenzare dalle critiche, anche quando arrivano da ogni direzione. Per credere nei propri sogni, anche quando tutto sembra dire che non ce la farai. Per diventare, giorno dopo giorno, la versione migliore di te stesso.

Quando tutti sono contro di te, tu usi l'Inat. E vai avanti, comunque.

Una storia di

Francesca

Beyond MansplainingEditoriale indipendente

Fonti e approfondimenti

  • Il documentario: Novak Djokovic: The Wolf in Winter (2026). Prime Video.
  • BBC Sport, "Novak Djokovic documentary: Tennis great on being 'my own biggest doubter' and childhood that shaped his career", 20 agosto 2026.
  • OpenDemocracy, "The secret history of inat" (articolo sulla genesi ottomana del concetto).
  • Al Jazeera, "'Serbian nationalists' propaganda': Kosovo slams Djokovic comment", 31 maggio 2023.
  • E-International Relations, Nikos Lekakis, "The Limits of Soft Power-Sports Diplomacy Templates in IR", 11 agosto 2026.
  • Gazzetta dello Sport, "Djokovic lascia la Serbia e va in Grecia: il caso e gli affari", 11 settembre 2025.
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