Vai al contenuto
Beyond
Mansplaining
Torna alla rubrica
25 settembre 2026📜 Le Radici

Gli Huthi: Dalle Montagne di Sa'da alla Geopolitica Globale dell'IA

Gli Huthi sono passati da insurrezione locale a potenza regionale, usando Bab el-Mandeb, droni e intelligenza artificiale per minacciare rotte commerciali e ridefinire i conflitti del XXI secolo.

Gli Huthi: Dalle Montagne di Sa'da alla Geopolitica Globale dell'IA
La copertina è generata con IA e non rappresenta una fotografia reale.
Cockpit di lettura
18px

Come ha fatto un piccolo gruppo di giovani, nato negli anni Novanta per difendere una tradizione religiosa locale, a trasformarsi in una forza militare capace di minacciare le rotte del 15% del commercio globale e di impiegare l’intelligenza artificiale per potenziare lo sviluppo di missili avanzati?

Gli Huthi, formalmente Ansar Allah, sono stati in grado di evolversi da insurrezione tribale localizzata a un’autorità di governo de facto, trasformando la posizione nevralgica dello Yemen in una leva di pressione asimmetrica contro l’economia mondiale e le potenze navali occidentali. Il controllo territoriale del Bab el-Mandeb, integrato da capacità tecnologiche emergenti, ha ridefinito i parametri della sicurezza marittima e della deterrenza regionale.

Comprendere la rinascita religiosa zaydita non è un mero esercizio storico, ma è la chiave per decifrare la resilienza di un movimento che ha saputo adattarsi alle pressioni esterne, trasformando ogni crisi in un’opportunità di avanzamento tecnologico e politico. La storia del movimento Huthi (Ansar Allah) sfida le letture geopolitiche tradizionali e ci mostra come la geografia, le alleanze asimmetriche e le nuove tecnologie stiano ridefinendo i conflitti del XXI secolo.

Le Radici del Movimento

Per comprendere gli Huthi, formalmente Ansar Allah, è necessario inserirli nella più ampia storia politica e sociale dello Yemen e andare oltre due interpretazioni opposte, ma collegate tra loro. Gli Huthi non sono una semplice milizia creata dal nulla dall’Iran, ma non sono nemmeno rimasti un movimento puramente locale. Le loro radici affondano nello zaydismo, una tradizione dell’islam sciita radicata da oltre un millennio negli altopiani dello Yemen settentrionale.

La storia moderna dello Yemen è segnata da profonde divisioni territoriali, politiche e ideologiche. Dopo la fine del dominio ottomano, nel 1918, lo Yemen del Nord divenne un regno indipendente governato da un imam zaydita. Nel frattempo, il porto di Aden e gran parte del Sud del Paese rimasero sotto il controllo britannico, tanto che nel 1839 gli inglesi avevano occupato Aden, trasformandola in un importante centro strategico lungo le rotte verso l’India e il Canale di Suez.

Questa separazione si consolidò durante la Guerra fredda.
Nel 1962, un colpo di Stato militare rovesciò l’imam e portò alla nascita della Repubblica Araba dello Yemen, comunemente nota come Yemen del Nord. Seguì una guerra civile tra i repubblicani, sostenuti dall’Egitto, e i monarchici, sostenuti dall’Arabia Saudita. Nel Sud, invece, il ritiro britannico del 1967 condusse alla nascita di uno Stato indipendente, che nel 1970 assunse il nome di Repubblica Democratica Popolare dello Yemen e sviluppò un orientamento marxista-leninista, diventando uno degli Stati più vicini al blocco sovietico nel mondo arabo.

Durante la Guerra fredda, le due repubbliche yemenite rimasero formalmente separate e vissero in una situazione di tensione permanente, scontrandosi anche in due brevi guerre di confine, nel 1972 e nel 1979. Nel Nord, nel 1978, il militare Ali Abdullah Saleh assunse la presidenza della Repubblica Araba dello Yemen. Ma con il declino dell’Unione Sovietica e la crisi economica e politica dello Yemen del Sud, i due governi avviarono i negoziati per la riunificazione.

Il 22 maggio 1990, lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud si unirono nella Repubblica dello Yemen. Ali Abdullah Saleh divenne presidente del nuovo Stato, mentre il leader meridionale Ali Salim al-Beidh assunse la carica di vicepresidente. L’unificazione, tuttavia, non eliminò le profonde differenze tra le élite politiche, le istituzioni e le società del Nord e del Sud. Le tensioni sulla distribuzione del potere e delle risorse aumentarono fino a sfociare, nel 1994, in una guerra civile. Il tentativo del Sud di secedere fu sconfitto dall’esercito di Saleh, che consolidò così il proprio controllo sull’intero Paese.

Dopo la guerra civile, Saleh governò attraverso un sistema autoritario, clientelare e fortemente personalizzato, fondato sull’uso delle risorse statali, sulle alleanze tribali e sulla distribuzione selettiva di incarichi e privilegi. Sebbene lo Yemen disponesse formalmente di istituzioni repubblicane, elezioni e multipartitismo, il potere rimase concentrato nelle mani del presidente e della sua rete politica e familiare. Saleh rimase alla guida dello Yemen del Nord dal 1978 e, dopo l’unificazione, dello Yemen unito fino al 2012.

Negli anni Duemila, lo Yemen divenne uno dei Paesi più poveri e instabili del mondo arabo. Il governo dovette affrontare contemporaneamente la minaccia di al-Qaeda, la crescente opposizione nel Nord e la rinascita del separatismo nel Sud. Dopo l’attacco contro la nave militare statunitense USS Cole, avvenuto nel porto di Aden nell’ottobre del 2000, e soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Saleh rafforzò la collaborazione con gli Stati Uniti nella cosiddetta “guerra al terrore”. In cambio del sostegno politico, economico e militare statunitense, il governo yemenita intensificò le operazioni contro al-Qaeda nella Penisola Arabica.

Fu in questo contesto di autoritarismo, marginalizzazione regionale e crescente instabilità che si rafforzarono le tensioni nel Nord del Paese. Dopo il crollo dell’imamato zaydita nel 1962 e la nascita della Repubblica, la provincia settentrionale di Saʿda aveva vissuto una profonda marginalizzazione economica e politica. La nuova Repubblica aveva progressivamente ridotto l’influenza delle élite religiose zaydita, mentre il governo centrale di Sana’a era percepito come distante e incapace di rispondere alle esigenze della regione.

Negli anni Ottanta e Novanta, questa percezione di abbandono fu amplificata dalla diffusione del salafismo sunnita nella regione, sostenuto anche da finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita. L’espansione del salafismo fu percepita da una parte dell’élite religiosa locale, in particolare dai sayyid, o sādah, appartenenti ai gruppi hashemiti e considerati discendenti del Profeta, come una minaccia alla propria centralità sociale e dottrinale.

In risposta a questa pressione culturale e religiosa nacque la Gioventù Credente (al-Shabāb al-Muʾmin), un’associazione dedita alla rinascita religiosa e culturale zaydita. Sotto la guida del carismatico ex parlamentare Hussein Badr al-Din al-Houthi, il movimento si radicalizzò nei primi anni Duemila, in opposizione alla corruzione del presidente Ali Abdullah Saleh e alla sua collaborazione con gli Stati Uniti, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre e l’invasione dell’Iraq.

Il movimento Huthi nacque dunque nella provincia di Saʿda come espressione identitaria della comunità zaydita, ma si sviluppò all’interno di una crisi più ampia dello Stato yemenita. Nel 2004, le tensioni tra Hussein al-Houthi e il governo di Saleh sfociarono in un’insurrezione armata. Hussein al-Houthi fu ucciso nello stesso anno, ma il movimento continuò a combattere contro il governo centrale.

Parallelamente, nel Sud dello Yemen si sviluppò dal 2007 il Movimento meridionale, o Hirak, che denunciava la marginalizzazione politica ed economica del Sud e chiedeva inizialmente maggiore autonomia, per poi avanzare in alcuni settori la richiesta di un ritorno all’indipendenza. Alla vigilia della Primavera araba, nel 2010, lo Yemen era quindi già attraversato da più crisi simultanee, tra cui un governo autoritario e corrotto, un’economia fragile, la scarsità d’acqua, la riduzione delle riserve petrolifere, la presenza di al-Qaeda, l’insurrezione huthi nel Nord e il separatismo nel Sud.

Gli Huthi devono essere compresi proprio all’interno di questa traiettoria. Il loro sviluppo non fu il risultato esclusivo dell’intervento iraniano, che avrebbe acquisito maggiore importanza nelle fasi successive, ma il prodotto di tensioni locali radicate nella storia dello Yemen, come la marginalizzazione del Nord, la crisi dell’identità zaydita, l’autoritarismo di Saleh, la competizione regionale e il fallimento dell’integrazione tra le due parti del Paese.

Le sei guerre di Saʿda (2004–2010): il “laboratorio tattico” del movimento

Le sei guerre di Saʿda (2004–2010) costituiscono il periodo fondamentale in cui il movimento Huthi si è trasformato da una rete di rinascita religiosa e culturale in una forza militarizzata e organizzata.

La scintilla che portò alla prima guerra fu l’arresto di Hussein Badreddin al-Houthi, ex parlamentare e guida del movimento di rinascita zaidita al-Shabab al-Mu’min da parte del regime autoritario di Ali Abdullah Saleh nel giugno 2004. Hussein, era un personaggio scomodo per il potere centrale perchè aveva radicalizzato la propria opposizione criticando la corruzione dello Stato, la marginalizzazione della provincia di Saʿda e la cooperazione tra Saleh e gli Stati Uniti dopo l’11 settembre e l’invasione dell’Iraq.

I suoi seguaci diedero il via alla resistenza armata e alla prima guerra di Saʿda (giugno–settembre 2004), conclusasi nel settembre 2004 con l’uccisione di Hussein da parte dell’esercito yemenita. La morte di Hussein agì da catalizzatore ideologico e il movimento lo definì un martire e si riorganizzò sotto la famiglia al-Houthi. La leadership passò al fratello minore Abdul-Malik al-Houthi, il quale accentrò il comando e strutturò l’organizzazione combinando autorevolezza familiare, mobilitazione religiosa e capacità di gestione bellica.

Dopo la prima guerra di Sa’da e con le successive guerre gli Huthi perfezionarono la propria struttura organizzativa.

Guerriglia montana → appresero a sfruttare l’orografia complessa degli altopiani settentrionali di Saʿda per compensare la sproporzione di mezzi rispetto alle forze statali.

Mobilitazione e logistica → integrarono le reti di solidarietà tribale con sistemi di dispersione delle forze, reclutamento e gestione dei rifornimenti.

Cultura organizzativa militarizzata → consolidarono catene di comando resilienti, capaci di sostenere combattimenti prolungati e assorbire pesanti perdite umane e materiali.

Durante la sesta guerra (2009–2010), il conflitto varcò il confine con l’Arabia Saudita. A seguito di incursioni Huthi sul proprio territorio, Riad intervenne direttamente con bombardamenti e operazioni terrestri lungo la frontiera, mostrando i primi segnali di regionalizzazione della crisi.

In questo primo momento, nonostante le frequenti accuse del governo di Saleh, le analisi storiche evidenziano che durante le sei guerre di Saʿda le prove di un sostegno militare su larga scala da parte dell’Iran erano molto limitate. Il movimento si militarizzò principalmente su base autonoma e locale. In ogni caso dal punto di vista umano, le sei guerre provocarono devastazioni diffuse, con oltre 250 mila sfollati.

La conquista dello Stato e l’intervento internazionale (2011-2022)

La Primavera araba del 2011 offrì agli Huthi l’opportunità di uscire dal proprio isolamento nel Nord dello Yemen. Il movimento partecipò alle proteste nazionali contro il presidente Ali Abdullah Saleh e sfruttò la progressiva frammentazione dello Stato yemenita durante la transizione politica. Nel novembre 2011, Saleh accettò di trasferire i propri poteri al vicepresidente Abd Rabbuh Mansur Hadi, nell’ambito di un accordo promosso dal Consiglio di cooperazione del Golfo. La nuova fase politica, tuttavia, non riuscì a stabilizzare il Paese né a risolvere le profonde tensioni regionali e sociali.

Durante la presidenza di Hadi, gli Huthi estesero rapidamente il proprio controllo territoriale, approfittando della debolezza delle istituzioni centrali, delle divisioni tra le forze politiche e della crisi economica.

Ma nel 2014 si verificò una situazione inedita e paradossale. Gli Huthi si allearono con Ali Abdullah Saleh, il loro antico persecutore durante le guerre di Saʿda. Si trattò di un’alleanza contraddittoria sul piano politico, ma straordinariamente efficace dal punto di vista tattico.

Saleh, desideroso di vendicarsi del governo di transizione e di recuperare parte dell’influenza perduta, mise a disposizione degli Huthi le proprie reti di fedeltà all’interno dell’esercito, della burocrazia e delle tribù. Gli Huthi, a loro volta, offrirono una forza d’assalto giovane, motivata e organizzata. Questa collaborazione permise al movimento di superare i limiti della propria base territoriale e di avanzare verso i principali centri politici del Paese.

Il 21 settembre 2014, gli Huthi entrarono a Sana’a e assunsero il controllo delle principali istituzioni e di numerosi ministeri. La presa della capitale segnò il passaggio del movimento da forza insurrezionale a potere dominante. Dopo la fuga di Hadi ad Aden e la successiva avanzata delle forze huthi e di quelle fedeli a Saleh verso il Sud, l’Arabia Saudita intervenne militarmente alla guida di una coalizione di Stati arabi. L’operazione, denominata Decisive Storm, ebbe inizio nel marzo 2015 con l’obiettivo dichiarato di sostenere il governo di Hadi e impedire agli Huthi di conquistare l’intero Paese.

La coalizione riuscì a impedire la caduta di Aden e a proteggere gran parte del Sud dello Yemen, ma non riuscì a espellere gli Huthi dagli altopiani settentrionali, dove il movimento disponeva di una solida base sociale, geografica e militare. I bombardamenti e l’intervento straniero contribuirono inoltre a trasformare una crisi politica interna in una guerra regionalizzata, coinvolgendo direttamente l’Arabia Saudita e, attraverso il sostegno agli Huthi, indirettamente l’Iran.

Invece di collassare sotto la pressione militare, Ansar Allah consolidò il proprio controllo sulle aree settentrionali e approfondì progressivamente la cooperazione strategica con l’Iran. La sopravvivenza durante il conflitto permise al movimento di sviluppare le proprie capacità militari, comprese quelle missilistiche e, in seguito, quelle legate all’impiego di droni. Parallelamente, gli Huthi costruirono un sistema di governo de facto, sovrapponendo alle strutture statali preesistenti una rete di supervisori politici fedeli al movimento.

Questi supervisori, chiamati mushrifin, non occupavano necessariamente cariche formali nello Stato, ma esercitavano un controllo diretto sul funzionamento dei ministeri, delle amministrazioni locali e degli apparati di sicurezza. In molti casi, agivano come una struttura parallela, verificando l’operato dei funzionari, orientando le decisioni amministrative e assicurando la subordinazione delle istituzioni alla leadership huthi. Il sistema dei mushrifin consentì quindi ad Ansar Allah di mantenere in funzione la burocrazia esistente, sottoponendola però a un controllo politico e organizzativo informale.

L’alleanza con Saleh giunse a una drammatica rottura nel dicembre 2017. Dopo aver manifestato l’intenzione di raggiungere un accordo con l’Arabia Saudita e di prendere le distanze dagli Huthi, l’ex presidente fu ucciso dalle forze del movimento a Sana’a. La sua eliminazione pose fine alla collaborazione tra le due forze e consacrò gli Huthi come principale autorità politico-militare nel Nord-Ovest dello Yemen.

Negli anni successivi, il conflitto rimase caratterizzato da una situazione di stallo. Gli Huthi conservarono il controllo di Sana’a e degli altopiani settentrionali densamente popolati, mentre il governo riconosciuto internazionalmente e le forze alleate mantennero posizioni nel Sud e nell’Est del Paese.

Nel 2022, una tregua mediata dalle Nazioni Unite ridusse sensibilmente l’intensità dei combattimenti e interruppe gran parte delle operazioni offensive su vasta scala. Sebbene la tregua sia formalmente scaduta nell’ottobre dello stesso anno senza produrre un accordo di pace definitivo, essa contribuì a creare una fase di relativa de-escalation e continuò a produrre effetti sulle principali linee del fronte. Questo periodo permise agli Huthi di consolidare ulteriormente il proprio controllo territoriale e di riorganizzare le proprie capacità militari e logistiche, preparando il movimento a una successiva fase di proiezione regionale e marittima.

Il complesso rapporto con l’Iran e l’Asse della Resistenza

Definire gli Huthi come un semplice proxy dell’Iran coglie soltanto in parte la realtà attuale. È fuorviante, infatti, interpretare il rapporto tra i due attori come una catena di comando rigidamente gerarchica, nella quale Teheran impartisce ordini e Sana’a si limita a eseguirli. Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto riduttivo descrivere gli Huthi come un movimento completamente autonomo e privo di legami strutturali con l’Iran.

Da un punto di vista ideologico, le radici di Ansar Allah sono profondamente yemenite e affondano nello zaydismo, una corrente dell’islam sciita teologicamente distinta dallo sciismo duodecimano (o imamita) prevalente in Iran. Sebbene entrambe le tradizioni riconoscano un ruolo centrale alla famiglia del Profeta e alla figura di ʿAlī, le loro concezioni dell’autorità religiosa, della successione e del rapporto tra religione e politica sono significativamente diverse. Lo sciismo duodecimano iraniano dispone di una struttura clericale gerarchica e, dopo la rivoluzione del 1979, si fonda sulla dottrina del “governo del giurista” (velāyat-e faqīh). Lo zaydismo, invece, non possiede una gerarchia clericale analoga e ammette una maggiore separazione tra autorità religiosa e potere politico.

Sul piano storico, gli sciiti duodecimani contestano la legittimità dei primi tre califfi, ritenendo che ʿAlī fosse il legittimo successore del Profeta. Gli zayditi hanno una posizione più moderata, poiché riconoscono generalmente la validità del governo dei primi califfi, pur considerando ʿAlī il candidato più meritevole. Anche per questo motivo, lo zaydismo è spesso considerato la corrente sciita più vicina al sunnismo. Le pratiche religiose zaydite, inclusa la preghiera, sono infatti generalmente più simili a quelle sunnite rispetto ai rituali duodecimani.

Nonostante queste differenze, gli Huthi hanno sviluppato una crescente convergenza ideologica e strategica con l’Iran. Attraverso l’alleanza con Teheran e l’inserimento nell’“Asse della Resistenza”, gli Huthi hanno adottato slogan anti-americani e anti-israeliani, alcuni simboli e riferimenti religiosi di matrice duodecimana e una retorica politica ispirata alla rivoluzione iraniana. Ciò non significa che siano diventati duodecimani o che abbiano abbandonato le proprie radici zaydite. Il loro rapporto con l’Iran può essere quindi meglio descritto come una partnership politica, militare e ideologica, fondata sulla convergenza degli interessi, ma caratterizzata dal mantenimento di differenze dottrinali e di una significativa autonomia.

Il rapporto tra i due attori si è sviluppato gradualmente dopo la nascita del movimento Huthi e si è rafforzato soprattutto a partire dal 2015. Infatti fino al 2010, il sostegno materiale iraniano agli Huthi appare essere stato limitato, mentre le accuse formulate dal governo di Saleh non erano sempre accompagnate da prove solide.

La vera svolta si verificò con l’intervento militare della coalizione a guida saudita nel 2015. Sottoposti ai bombardamenti di un avversario enormemente più ricco e dotato di tecnologie occidentali, gli Huthi individuarono nell’Iran e, più indirettamente, in Hezbollah, fonti essenziali di assistenza tecnologica, addestramento e know-how militare. Da quel momento, la relazione si trasformò progressivamente da una collaborazione limitata e opportunistica in una partnership strategica più strutturata. Gli studi sul rapporto tra Huthi e Iran sottolineano tuttavia che questa evoluzione non ha cancellato l’autonomia politica e operativa del movimento yemenita.

L’assistenza iraniana e il sostegno fornito dalla rete regionale collegata a Teheran hanno contribuito al salto di qualità militare di Ansar Allah. Il Panel di esperti delle Nazioni Unite ha documentato il trasferimento agli Huthi di armi, componenti, addestramento e assistenza tecnica provenienti da fonti esterne, compresi l’Iran, Hezbollah libanese e gruppi armati iracheni. Tale sostegno ha riguardato, tra gli altri ambiti, i missili balistici e da crociera, i droni, i sistemi anti-nave, i radar e le tecnologie di sorveglianza.

Un episodio significativo si è verificato nel 2025, quando forze yemenite alleate degli Stati Uniti hanno dichiarato di aver intercettato una nave contenente oltre 750 tonnellate di materiali e armamenti presumibilmente destinati agli Huthi. Secondo il Comando centrale degli Stati Uniti, il carico comprendeva componenti per missili da crociera, missili anti-nave e anti-aerei, motori per droni, sistemi radar, apparecchiature per la difesa aerea e dispositivi per le comunicazioni. L’episodio è stato presentato da CENTCOM come una delle più grandi intercettazioni di armamenti convenzionali iraniani destinati agli Huthi, ma le attribuzioni operative e la ricostruzione completa della filiera di approvvigionamento devono essere considerate con prudenza, trattandosi innanzitutto di informazioni diffuse dalle parti coinvolte nell’intercettazione.

Il rapporto tra Iran e Huthi si articola quindi su tre livelli principali.

1) Fornitura tecnologica e militare.
L’Iran e gli attori a esso collegati hanno contribuito a rafforzare le capacità Huthi attraverso il trasferimento di componenti, tecnologie, addestramento e competenze necessarie alla produzione e all’impiego di missili, droni e sistemi anti-nave.

2) Coordinamento regionale.
Gli Huthi sono entrati a far parte dell’“Asse della Resistenza”, la rete informale di attori statali e non statali sostenuti o collegati all’Iran. In questo quadro, il movimento ha sviluppato rapporti con Hezbollah in Libano e con gruppi armati iracheni, condividendo competenze, modelli operativi e forme di coordinamento politico e militare.

3) Autonomia decisionale.
Nonostante la crescente dipendenza da risorse e tecnologie esterne, gli Huthi conservano una leadership propria, una solida base sociale e territoriale e un’agenda politica yemenita. Le loro decisioni rispondono anche a obiettivi locali, tra cui il consolidamento del potere nel Nord dello Yemen, la legittimazione interna e la competizione con gli altri attori yemeniti. Teheran può fornire armi, addestramento e sostegno politico, ma non dispone necessariamente della capacità di attivare o disattivare gli Huthi a proprio piacimento.

Dal punto di vista strategico, gli Huthi rappresentano per l’Iran il pilastro meridionale della propria capacità di deterrenza distribuita. La loro posizione lungo il Mar Rosso e vicino allo stretto di Bab el-Mandeb offre a Teheran un importante punto d’appoggio nella parte meridionale della Penisola arabica e consente di esercitare pressione sulle rotte commerciali ed energetiche internazionali. Insieme alla capacità iraniana di influenzare il traffico nello stretto di Hormuz, la presenza Huthi contribuisce a creare una sorta di “doppia pressione” sui due principali chokepoint marittimi della regione.

Questa architettura permette all’Asse della Resistenza di ampliare la propria capacità di condizionamento regionale con investimenti materiali relativamente contenuti. Tuttavia, il rapporto non deve essere descritto come una subordinazione assoluta degli Huthi a Teheran. È più corretto considerarli un partner informale altamente allineato con l’Iran, capace di utilizzare l’assistenza esterna per perseguire obiettivi propri, sia sul piano nazionale sia su quello regionale.

Gli Huthi non sono dunque una semplice estensione della politica estera iraniana, ma neppure un attore completamente indipendente dall’ambiente strategico costruito da Teheran. La relazione è meglio descritta come una partnership asimmetrica, nella quale l’Iran fornisce risorse, tecnologie e collegamenti regionali, mentre gli Huthi offrono a Teheran una presenza strategica sul fianco meridionale della Penisola arabica e la possibilità di proiettare pressione verso il Mar Rosso, Bab el-Mandeb e, più indirettamente, le rotte energetiche regionali.

La coercizione marittima nel Mar Rosso (2023-2025)

Dopo una tregua mediata dall’ONU nel 2022, che ha di fatto congelato i combattimenti interni, il conflitto yemenita ha cambiato radicalmente natura alla fine del 2023. L’escalation a Gaza nell’ottobre 2023 ha ampliato considerevolmente il raggio d’azione geopolitico degli Huthi. Non potendo colpire efficacemente Israele a circa 1.500 chilometri di distanza, il movimento ha sfruttato la sua straordinaria vicinanza geografica a uno dei chokepoint più importanti dell’economia mondiale: lo stretto di Bab el-Mandeb.

A partire dal clamoroso sequestro della nave Galaxy Leader nel novembre 2023, gli Huthi hanno avviato una campagna sistematica di attacchi contro le navi commerciali, dichiarando di colpire i mercantili associati a interessi israeliani, statunitensi o britannici. L’obiettivo strategico non risiede nella distruzione fisica della flotta mondiale, ma nella creazione di un rischio intollerabile che costringa gli attori globali a modificare il proprio comportamento politico ed economico.

Gli Huthi non hanno bisogno di una marina convenzionale né di sigillare fisicamente lo stretto. È sufficiente che generino un livello di rischio e incertezza tale da indurre le grandi compagnie di navigazione (come Maersk) e i loro assicuratori a cambiare rotta. Un drone o un missile antinave dal costo di poche migliaia di dollari può costringere una nave del valore di cento milioni di dollari a deviare, imponendo costi enormi a cascata sul commercio globale, sui premi assicurativi e sui noli marittimi, con effetti inflazionistici a livello mondiale.

Per evitare il Mar Rosso, le navi sono state costrette a circumnavigare l’Africa via Capo di Buona Speranza. Questa deviazione ha aggiunto oltre 10 giorni di viaggio alla rotta Asia-Europa, assorbendo circa il 12% della capacità navale mondiale ed eliminando quasi completamente il transito di LNG (gas naturale liquefatto) nel corridoio di Suez.

Secondo i dati EIA e FMI, l’impatto è stato sistemico:

  • Crollo dei flussi energetici: il transito di petrolio attraverso Bab el-Mandeb è precipitato da 9,3 milioni di barili/giorno (2023) a 4,1 milioni (2024), mentre il traffico di LNG è stato quasi azzerato.
  • Deviazione logistica: l’abbandono della rotta di Suez a favore del Capo di Buona Speranza ha aumentato i costi di trasporto marittimo e i costi assicurativi, con ripercussioni dirette sulle catene di approvvigionamento globali.
  • Danni ambientali: il caso della Rubymar, affondata nel marzo 2024, ha evidenziato la vulnerabilità delle infrastrutture marittime e i rischi ecologici connessi a questa forma di conflitto ibrido.

Nemmeno l’intervento di missioni navali internazionali protettive, come la statunitense Prosperity Guardian e l’europea ASPIDES , e intensi bombardamenti sul suolo yemenita nel 2025 sono riusciti a spezzare questa leva strategica asimmetrica. Tali operazioni hanno operato in un contesto di “interdizione parziale”, faticando a ristabilire una deterrenza piena contro un avversario che accetta l’attrito militare come parte integrante della propria narrativa di resistenza.

Il risultato è una forma di coercizione marittima di basso costo e alto impatto, in cui un attore non statale riesce a influenzare le rotte energetiche e commerciali globali, trasformando un conflitto regionale in una crisi con ripercussioni sistemiche sull’economia mondiale.

L’Escalation del 2026: Terra, Mare e Missili su Riyadh

Nel 2026, l’equilibrio precario dello Yemen è andato in frantumi, trascinando il Paese in un’escalation di proporzioni sistemiche. Con lo scoppio dell’operazione statunitense Epic Fury contro l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz, il Mar Rosso è diventato l’unico canale alternativo vitale per l’esportazione di petrolio saudita attraverso il terminale di Yanbu e la East-West Pipeline.

Il detonatore della riapertura delle ostilità dirette con l’Arabia Saudita è stato l’incidente del 13 luglio 2026, quando le forze governative yemenite hanno colpito la pista dell’aeroporto di Sana’a per bloccare l’atterraggio di un aereo iraniano della Mahan Air, sospettato di trasportare comandanti dei Pasdaran e componenti missilistici. Per rappresaglia, gli Huthi hanno lanciato droni sul confine e hanno proclamato un blocco navale mirato contro l’Arabia Saudita nel Mar Rosso, colpendo la petroliera Encelia.

A settembre 2026, il movimento ha lanciato una massiccia offensiva terrestre sulla costa occidentale dello Yemen. In pochi giorni, le truppe di Ansar Allah hanno conquistato lo storico porto di Mokha (Mocha) e sono avanzate fino a Dhubab, posizionandosi fisicamente lungo l’intera costa yemenita del Bab el-Mandeb e sulle isole Hanish e Perim.

Questa avanzata ha avuto un impatto diretto sulla sicurezza energetica globale. La pressione sulle infrastrutture di Yanbu e sulla East-West Pipeline ha privato Riad dell’unica alternativa logistica allo Stretto di Hormuz, attualmente perturbato dall’operazione Epic Fury, mettendo a rischio fino al 7% dell’offerta mondiale di petrolio. In questo contesto, il Mar Rosso non è più soltanto un teatro di coercizione asimmetrica contro il commercio globale, ma un fronte critico per la sopravvivenza stessa delle esportazioni energetiche saudite.

Per difendere queste nuove e formidabili postazioni di lancio e sorveglianza costiera, le forze Huthi si sono spinte nell’entroterra montuoso tra Taiz e Lahij, ingaggiando duri scontri intorno ad al-Wazi’iyah e sulle Kahboub Mountains, nel tentativo di prevenire controffensive da Aden e consolidare il controllo territoriale. Contemporaneamente, il movimento ha rilanciato la minaccia strategica transfrontaliera, sparando un missile balistico intercettato sopra Riyadh il 19 settembre, in una fase di consolidamento territoriale e di minaccia transfrontaliera senza precedenti.

L’escalation ha costretto l’Arabia Saudita a riprendere massicci bombardamenti d’aviazione, supportati dal Regno Unito con operazioni di rifornimento in volo della RAF, mentre la Francia ha garantito protezione alle infrastrutture energetiche di Yanbu. Sul piano umanitario, la nuova offensiva ha generato 130.000 nuovi sfollati, portando a 18 milioni il numero di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, in un Paese già devastato da oltre un decennio di conflitto.

Il caso “Claude” e la nuova proliferazione IA-enabled

Il 10 settembre 2026, la società statunitense Anthropic ha reso pubblico un caso di uso illecito dell’intelligenza artificiale considerato di particolare rilevanza strategica. Il caso, identificato con la sigla GTG-87001, riguarda una cellula attiva nel nord dello Yemen che avrebbe utilizzato Claude Code, l’agente di programmazione dell’azienda, per svolgere una parte delle attività normalmente affidate a ingegneri del software.

Secondo il rapporto di Anthropic, il gruppo lavorava contemporaneamente a tre programmi militari:

1) un razzo tattico guidato,

2) un missile balistico multistadio con una gittata dichiarata superiore ai 2.000 chilometri

3) una famiglia di vettori denominata “R2000”, che comprendeva anche una variante dotata di veicolo planante ipersonico, o HGV.

Claude sarebbe stato impiegato per sviluppare e ottimizzare il software di Guida, Navigazione e Controllo cioè l’insieme dei sistemi algoritmici che consentono a un vettore di mantenere la stabilità e correggere la propria traiettoria durante il volo.

L’aspetto più significativo del caso riguarda il modo in cui il gruppo interagiva con l’intelligenza artificiale. Claude non veniva utilizzato come un semplice chatbot a cui porre domande, ma come una sorta di squadra tecnica virtuale. Gli operatori gestivano contemporaneamente più istanze del modello, una si occupava della produzione del codice, un’altra della ricerca della documentazione necessaria e una terza della revisione del software.

Anthropic riferisce inoltre che il gruppo avrebbe effettuato un test reale di lancio di un razzo nello Yemen. Il collaudo sembra essere fallito, ma gli operatori sarebbero tornati a utilizzare Claude poche ore dopo per analizzare i dati di telemetria e individuare le cause del problema. Prima che Anthropic sospendesse gli account coinvolti, il gruppo aveva inoltre compilato ed esportato un kit di simulazione ingegneristica utilizzabile offline. Questo elemento è particolarmente rilevante perché dimostra come le competenze e gli strumenti sviluppati con l’aiuto dell’IA possano continuare a essere utilizzati anche dopo la chiusura dell’accesso alla piattaforma cloud.

Questo caso è importante perché mette in luce le problematiche sull’uso improprio dell’Intelligenza Artificiale in ambito militare. L’IA non elimina i principali ostacoli materiali legati alla produzione di sistemi d’arma, come la disponibilità di motori, propellenti, componenti elettronici e capacità metallurgiche, ma può ridurre il numero di specialisti necessari e accelerare le diverse fasi dello sviluppo. Il suo effetto principale, in questo contesto, è quello di moltiplicare le capacità di organizzazioni che dispongono già di una certa base industriale e tecnica.

Le informazioni rese pubbliche da Anthropic e le successive analisi open source documentano l’impiego di Claude nello sviluppo di software GNC, nella costruzione di strumenti di simulazione, nella progettazione della famiglia di vettori R2000 e nell’analisi della telemetria dopo un test fallito. Rimangono invece non dimostrati alcuni aspetti più specifici, ovvero un’affiliazione formale e gerarchica della cellula agli Huthi, l’effettiva operatività di un sistema ipersonico e l’esistenza di un comando diretto iraniano sul programma di sviluppo assistito dall’IA.

L’episodio solleva anche importanti questioni giuridiche. Il Diritto internazionale umanitario non prevede eccezioni per l’impiego dell’intelligenza artificiale, i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione continuano a essere vincolanti. Inoltre, la responsabilità per le decisioni e le conseguenze dell’uso della forza non può essere trasferita a un algoritmo, ma rimane in capo agli esseri umani, in particolare ai comandanti e alle autorità responsabili.

Sul piano della governance, il caso mostra il ruolo sempre più importante assunto dalle aziende tecnologiche nella prevenzione della proliferazione. Società come Anthropic si trovano infatti a svolgere, di fatto, funzioni di monitoraggio e contenimento che un tempo sarebbero state affidate quasi esclusivamente agli Stati. Al tempo stesso, i tradizionali meccanismi diplomatici, compresi i negoziati nel quadro della Convenzione sulle armi convenzionali e forum come REAIM, faticano a tenere il passo con la rapidità dell’innovazione nel settore del software.

La vicenda yemenita suggerisce, infine, che la proliferazione tecnologica non riguarda più soltanto la circolazione di componenti fisici o sistemi d’arma completi. Sempre più spesso può riguardare anche l’accesso temporaneo a una capacità cognitiva e ingegneristica on demand, difficile da individuare e controllare attraverso gli strumenti tradizionali dei regimi di non proliferazione

Il costo umano della regionalizzazione dello Yemen e gli scenari futuri

La straordinaria ascesa degli Huthi si sviluppa, tragicamente, a spese della popolazione civile dello Yemen, che assorbe i costi devastanti di questa proiezione militare. Prima dell’escalation del 2026, lo Yemen era già teatro di una delle peggiori crisi umanitarie della terra dopo dieci anni di guerra interna. I dati ONU descrivevano oltre 22 milioni di yemeniti bisognosi di assistenza, 18 milioni in insicurezza alimentare acuta e circa 2,2 milioni di bambini colpiti da malnutrizione acuta.

La regionalizzazione ha drammaticamente peggiorato questo quadro, trasformando il territorio nazionale in una piattaforma militare soggetta a rappresaglie costanti. Il porto di Hodeidah, vitale per l’ingresso di cibo e aiuti in un Paese che importa il 90% del proprio sostentamento, è stato ripetutamente colpito. Lo shock dei costi logistici mondiali, sbandierato dagli Huthi come arma di pressione economica esterna, si ripercuote direttamente all’interno sui prezzi del grano e dei carburanti, che una popolazione impoverita non può più acquistare. L’offensiva costiera del settembre 2026 ha provocato in poche settimane quasi 700 morti e lo sfollamento forzato di oltre 120.000 persone, portando a 18 milioni il numero di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta. Molte famiglie, già costrette a fuggire più volte negli anni passati, hanno esaurito ogni residuo meccanismo di adattamento; migliaia di yemeniti affrontano ora traversate disperate in mare verso il Corno d’Africa.

A fronte di questo picco di sofferenza, il sistema degli aiuti internazionali è vicino al collasso. I finanziamenti globali per lo Yemen sono scesi ad appena il 28% delle necessità e le autorità de facto Huthi hanno inasprito lo scontro con le agenzie umanitarie occidentali, arrivando ad arrestare arbitrariamente decine di dipendenti ONU con accuse di spionaggio, riducendo ulteriormente lo spazio per l’assistenza salvavita.

In ogni caso, dalle montagne di Sa’da al controllo della navigazione globale, gli Huthi hanno completato una trasformazione senza precedenti, passando da milizia tribale a potenza regionale multidisciplinare. La loro traiettoria è il risultato di trent’anni di adattamento organico, resilienza bellica e integrazione strategica nell’“Asse della Resistenza”. L’esperienza di Ansar Allah mostra come un attore non statale, combinando vantaggi geografici, innovazione tecnologica e reti strategiche, possa esercitare un’influenza sproporzionata rispetto alle proprie risorse materiali e incidere sugli equilibri della sicurezza internazionale.

Una storia di

Francesca

Beyond MansplainingEditoriale indipendente

Fonti e approfondimenti

  • Anthropic, Detecting and Countering Misuse of AI: September 2026, caso GTG-87001, 10 settembre 2026.
  • Brandt, Marieke, Tribes and Politics in Yemen: A History of the Houthi Conflict, Oxford University Press, Oxford, 2017.
  • Council on Foreign Relations, Tabaar, Mohammad Ayatollahi, Iran’s Support of the Houthis: What to Know, 1º marzo 2024.
  • International Crisis Group, The Huthis: From Saada to Sanaa, Middle East Report No. 154, 10 giugno 2014.
  • International Crisis Group, Calming the Red Sea’s Turbulent Waters, Middle East Report No. 248, 21 marzo 2025.
  • International Maritime Organization, Red Sea Area, aggiornamento 2025.
  • United Nations Security Council, Final Report of the Panel of Experts on Yemen, S/2024/731, 11 ottobre 2024.
  • United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, Yemen Humanitarian Needs and Response Plan 2026, marzo 2026.
  • World Bank, Dire Strait: The Far-Reaching Impact of the Red Sea Shipping Crisis, MENA FCV Economic Series Brief, aprile 2024.
  • World Bank, The Deepening Red Sea Shipping Crisis, MENA FCV Economic Series, 2025.
  • Council of the European Union, Security and Freedom of Navigation in the Red Sea: Council Launches EUNAVFOR ASPIDES, 19 febbraio 2024.
  • International Committee of the Red Cross, International Humanitarian Law and the Challenges of Contemporary Armed Conflicts, ICRC, Ginevra.
Fine dell’articolo

Discussione

0 commenti

Commenti dei lettori

Uno spazio per aggiungere contesto, critica o interpretazioni personali.

Nessun intervento

Inizia tu la conversazione

Non ci sono ancora commenti pubblicati. Puoi essere il primo a lasciare un punto di vista su questo articolo.